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Cyberbullismo, un rischio tecnologico da cui difendersi con la tecnologia

Sempre più alto l'allarme per l'aumento dei casi di bullismo in rete, mentre in Parlamento una legge ad hoc attende di essere approvata. Emerge un bisogno di protezione verso questo nuovo rischio, che anche i big data analytics possono contribuire ad affrontare
Donatella Cambosu

I bulli sono sempre esistiti e hanno sempre reso la pubertà e l’adolescenza di molti ragazzi un calvario. Persino nel libro Cuore di E.De Amicis, tra i tanti compagni di scuola del protagonista Enrico, c’è anche Franti, un ragazzo che oggi rientrerebbe nella categoria dei bulli della peggiore specie.

Che cosa, dunque, oggi inquieta le famiglie (e i giovani) di fronte alle sempre più frequenti notizie di atti di violenza psichica e fisica fra ragazzi? Perché c’è una nuova dimensione tecnologica del bullismo, in cui ogni azione ottiene una visibilità un tempo impensabile, con un inevitabile e nefasto effetto di emulazione.  E in questa dimensione un ruolo determinante hanno smartphone e social network.

Di fronte a notizie come quella dello stupro di gruppo in diretta Facebook a Chicago, un branco di quindicenni ai danni di una coetanea, quel che colpisce è l’indifferenza e la complicità degli “spettatori”: nessuna delle 30 persone collegate online ha tempestivamente avvisato il 911.  Siamo ai limiti del bullismo, lì dove si rivela la sua natura criminale, ma l’età dei protagonisti e le modalità del fatto, spiegano perché il fenomeno genera allarme e una nuova sensazione di pericolo che può arrivare dai social network così come da whatsapp.

Secondo una recente indagine della Università La Sapienza e della Polizia Postale i temi tipici sui quali le condotte aggressive si concentrano riguardano l'aspetto fisico, la timidezza, elementi di non aggregazione a gruppi forti, l'abbigliamento, la scarsa disinvoltura, la carenza di coraggio, la non propensione verso le trasgressioni, la religione, condotte aderenti alle regole, dipendenza da genitori, il "mostrarsi paurosi”, il colore della pelle, la disabilità. Altrettanto allarmante è il fatto, mostrato dalla stessa ricerca, che 8 ragazzi su 10 non abbiano consapevolezza del limite tra scherzo e violenza:  per loro non è grave insultare, ridicolizzare o rivolgere frasi aggressive sui social. Gli attacchi verbali in rete non sono considerati gravi perché non vi è violenza fisica. La maggior parte di loro non giudicano grave pubblicare immagini non autorizzate che ritraggono la vittima.


Ciò che emerge è probabilmente solo la punta di un iceberg di fronte al quale sono tante le domande, soprattutto da parte dei genitori (sia dei bulli, sia delle vittime). Una viene prima di tutte? Come è possibile tutelarsi?

La scuola, le istituzioni nazionali ed europee, anche con il contributo di aziende specialmente quelle hi-tech, cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema, anche per tenere alta l’attenzione.  Uno studio promosso dall’ euro-parlamento e pubblicato a fine 2016 ha descritto lo scenario nei Paesi dell’Unione del cyber bullismo, evidenziando innanzitutto cosa si intende con questo termine in ognuno degli Stati (non sempre si concorda), le diverse forme di cyber bullismo e i mezzi utilizzati, l’età di riferimento, le politiche e le leggi di ogni organizzazione statale. Per ognuno dei singoli Stati è stato fatto un approfondimento da cui risulta, tra le altre cose, che solo la Spagna al momento possiede una legislazione che considera reato e punisce il cyberbullismo.

In Italia, nonostante il fenomeno sia ben presente (basti pensare al caso della sedicenne Carolina Picchio, morta suicida per la disperazione 3 anni fa), un disegno di legge giace in Parlamento e tra un rimbalzo e l’altro Camera-Senato, attende da tempo di essere approvato. Lo scorso febbraio, in occasione della Giornata Mondiale per la Sicurezza in Rete, è stata ampiamente manifestata da realtà istituzionali e non la necessità di accelerare l’iter legislativo di una legge che permetta di avere un riferimento giuridico (insieme al rafforzamento delle azioni di tipo educativo e culturale) che indichi con chiarezza la differenza che c’è tra uno scherzo innocente e una violenza o un’umiliazione veri e propri.

Ricordiamo che già negli scorsi anni l’Istat aveva rilevato che in Italia poco più del 50% degli 11-17enni è stata vittima di bullismo (offline-online); e nel 2016 la Polizia Postale ha reso noto che sono state 235 le denunce per reati di diffamazione on line (18%), ingiurie, minacce e molestie (37%), stalking (3%), furto identità sui sociale (30%), diffusione di materiale pedopornografico (13%) con dei minori come vittime. In 31 casi i denunciati erano essi stessi dei minori e il 6% degli adolescenti è vittima di cyberbullismo. Ovviamente, quanto denunciato è solo la parte più piccola del fenomeno.  

Un riferimento normativo è necessario alle vittime per poter procedere per vie legali contro i bulli di turno, così come verso le piattaforme tecnologiche che spesso potrebbero e dovrebbero fare di più per contrastare questi fenomeni.
Il riferimento normativo sarebbe utile anche se si volesse prendere in considerazione la possibilità di tutelarsi dal rischio cyberbullismo e quindi prevedere un ruolo delle compagnie di assicurazioni. Che tipo di coperture e di supporto potrebbero offrire?

Ci sono già nel mondo alcune compagnie che propongono polizze che si configurano in maniera a quelle cyber risk per le aziende, risarcendo per tutti i danni derivati: spese legali, spese mediche per supporto psicologico, danni alla reputazione, attività necessarie per la reintegrazione del profilo online della persona, spese affrontate per cambio di scuola, per eventuali ricoveri, per assenze prolungate dal lavoro da parte dei genitori. Certo, così come del cyber risk, una polizza non può evitare che i fatti accadano: resta quindi sempre valido il tema della prevenzione.

Un vantaggio in questa direzione potrebbe arrivare dall’uso dei big data: Hello Soda, una startup nata in UK, che si occupa di big data e text analytics, è capace di utilizzare queste informazioni per profilare le persone con un alto livello di dettaglio, fornendo anche analisi su profili di rischio. Il software è nato per il business, per la profilazione dei clienti, ma a fine 2015 la società ha lanciato anche un prodotto per le famiglie che permette di monitorare, in modo non intrusivo e con il consenso del minore, la vita online del proprio figlio, analizzando se ha un comportamento appropriato e individuando la sua esposizione al rischio. Un report quotidiano e avvisi in tempo reale, con la geo-localizzazione delle attività social, permettono al genitore di tenere sotto controllo la vita digitale del figlio. Il prezzo? Meno di 5 sterline al mese. 


07 Aprile 2017

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