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Luciano Floridi, per avere successo con i dati ci vuole etica

Il filosofo della società digitale ha le idee precise: ogni azienda, dice, deve avere una cultura del dato che va a cogliere gli aspetti umano centrici, essere altruista in maniera intelligente. Vincono quelle che hanno capito che la maggior parte del valore aggiunto è intangibile: know how, reputazione, forza lavoro

25 Ott 2019

Luciana Maci


I dati in mano alle aziende non sono un giacimento petrolifero da sfruttare per il proprio tornaconto, ma un’opportunità per offrire un servizio migliore al cliente o per mantenere la fedeltà dei propri dipendenti.

“Devono essere utilizzati dalle imprese in modo altruistico, perché l’etica fa bene all’economia” dice Luciano Floridi, filosofo e massimo esperto di Etica digitale, in un’intervista esclusiva a EconomyUp incentrata sulla Human Data Science. Un tema a cui BNP Paribas Cardif, per esempio, ha dedicato la sesta edizione del contest Open-F@b Call4Ideas, in collaborazione con InsuranceUp,  scaduto il 28 ottobre 2019.

Che cos’è la Human Data Science

Con Human Data Science si intende un modello multidisciplinare che vuole offrire una nuova chiave di lettura dei big data, mantenendo le persone al centro per capire i loro bisogni e verificare come soddisfarli.  Ogni giorno le persone producono una quantità di dati infinita: si parla di 2,5 x 1018 Terabyte, e il trend è destinato ad aumentare esponenzialmente. Come interpretarli e valorizzarli? Un aiuto arriva dalla tecnologia attraverso i big data e l’Intelligenza artificiale, ma per gestire questo prezioso patrimonio nel modo più opportuno stanno entrando in gioco nuovi modelli. Modelli che, appunto, devono riuscire a comprendere i bisogni delle persone tramite la modellazione dei dati utilizzando un approccio umano-centrico.

Luciano Floridi, professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford, direttore del Digital Ethics Lab e chairman del Data Ethics Group dell’Alan Turing Institute, condivide questa tesi. “Ormai qualsiasi azienda – dice – deve avere una cultura del dato che vada a cogliere gli aspetti umano centrici e customer-oriented”.

“I dati NON sono il nuovo petrolio”

“Si dice che i dati sono il nuovo petrolio – prosegue Floridi intervistato da EconomyUp – ma io non la penso così. È una pessima idea, per un’impresa, considerare i dati come un giacimento petrolifero. Secondo me oggi il business non lo fa abbastanza ed è un’enorme opportunità mancata”.
“Le aziende devono essere più altruiste”
Cosa dovrebbero dunque fare le aziende per sfruttare le opportunità offerte dai dati? “Essere altruiste in maniera intelligente. Vincono quelle che hanno capito che la maggior parte del valore aggiunto è intangibile: know how, reputazione, forza lavoro”.

Human Data Science e Insurance

Floridi passa poi a elencare alcuni esempi concreti di come la Human Data Science può essere applicata nei diversi settori di mercato. Per esempio nell’insurance. “Immagino un’assicurazione che, in cambio dei dati, offra ai clienti un servizio di prevenzione gratuito oppure di supporto, per esempio quando si accorge che l’utente è bloccato con l’auto in mezzo alla campagna. Grazie alla disponibilità e alla gestione dei dati, la compagnia assicurativa sa che il cliente è fermo in quel punto, perciò lo può contattare in automatico e chiedergli se va tutto bene. Se poi quella compagnia ha un controllo sull’auto e si rende conto che sta funzionando male, potrebbe far arrivare sul posto il carroattrezzi. Il cliente gliene sarebbe infinitamente grato”.

Human Data Science e Banking

Possono essere molteplici anche le applicazioni della Human Data Science nel banking. E altrettanti possono essere gli esempi. Al filosofo originario di Roma e trapiantato ad Oxford ne viene in mente uno: “Una banca che non mi fa riempire i bollettini perché già conosce tutti i miei dati”.

Human Data Science per il welfare aziendale

“Se in una fabbrica 4.0 – ipotizza il docente – i sensori realizzano che, nell’uso di alcuni macchinari da parte di un operaio, c’è qualcosa che non va, l’azienda dovrebbe usare questi dati per prevenzione, cura e supporto della persona, non per licenziarlo. Oppure immaginiamo che un altro dipendente faccia molte assenze. Con i big data oggi in possesso delle imprese, l’assenteismo è immediatamente identificabile. Il passo successivo dovrebbe essere quello di chiedersi perché la persona in questione sta facendo tante assenze e se l’impresa può darle una mano. È insomma necessario un utilizzo umano-centrico e altruista dei dati”.

La tecnologia non è neutrale: va usata a favore di clienti e forza lavoro, non solo delle aziende.
In conclusione, sintetizza Floridi, non è vero, come qualcuno dice, che la tecnologia di per sé non è né un bene né un male, ma dipende da come viene usata. “La tecnologia è come un coltello: non si può dire che taglia o non taglia a seconda di come viene usato, un coltello taglia sempre. Diciamo piuttosto che è un coltello bilama, ovvero ha doppia valenza. La richiesta che deve arrivare dal mondo del lavoro, e anche da quella parte di sindacato più collaborativo, deve essere: facciamo in modo che almeno questo coltello tagli da entrambe le parti. Cioè che la bivalenza della tecnologia sia o a favore della forza lavorativa, o anche a favore della forza lavorativa. Non può e non deve essere soltanto a favore della produzione dell’azienda”.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Luciana Maci

Ha partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale

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