Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK
Powered by

Social innovation, a che punto è l’Italia?

Presentato il primo rapporto del Social Innovation Monitor che offre una panoramica sull’impatto sociale degli incubatori ed acceleratori italiani. La mappatura emersa indica come circa la metà di queste realtà supportino startup a impatto sociale, massima concentrazione in Lombardia

06 Feb 2018

Per impresa a significativo impatto sociale si intende l’organizzazione che introduce innovazione sociale, cioè ‘una nuova soluzione a un problema sociale più efficace, efficiente, sostenibile o giusta rispetto alle soluzioni esistenti e per la quale il valore creato è principalmente attribuito alla società nel suo insieme piuttosto che ai privati’ .

Spesso l’impresa a impatto sociale è confusa erroneamente con l’impresa non-profit, ma in realtà non è così: se è vero che la non-profit è solitamente ad impatto sociale, non è automaticamente vero il contrario. Anzi, è sempre più diffusa l’impresa a impatto sociale e for-profit, un’impresa quindi che fa business, che genera valore e ricchezza, ma la cui missione è creare prodotti o servizi o modelli innovativi capaci di incontrare bisogni sociali e generare sviluppo economico.

Anche in Italia il settore cresce, soprattutto grazie al ruolo innovativo delle startup, ed è pertanto molto importante verificare in che modo anche gli attori intermedi dell’ecosistema di sostegno alle startup, come incubatori e acceleratori, si stiano nel nostro Paese affiancando a questo genere d’impresa.

Ha assunto questo compito di monitaraggio il neonato Social Innovation Monitor, un gruppo del Politecnico di Torino (Dipartimento di Ingegneria Gestionale e della Produzione) dedicati all’analisi dell’innovazione e dell’imprenditorialità sociale guidati dal prof. Alessandra Colombelli e il prof. Paolo Landoni, che si è avvalso della collaborazione di Italia Startup e del supporto di Cariplo Factory, Compagnia di San Paolo, Impact Hub Milano, Make a Cube3, SocialFare e Social Innovation Teams.

Quali sono i dati più significativi della ricerca?

Prima di tutto il fatto che circa il 50% degli incubatori italiani ha dichiarato di supportare startup a forte impatto sociale. Tra i settori di appartenenza di queste giovani società, quello più rappresentato è legato alla cultura, alle arti e all’artigianato (20%), mentre al secondo posto si trova il settore che include le organizzazioni che operano in ambiti legati alla salute e al benessere (18%), poco più indietro settori quali lo sviluppo di comunità (23%) e la protezione ambientale(21%).

Paolo Landoni del Politecnico di Torino, coordinatore della ricerca, ha sottolineato “gli incubatori italiani stanno crescendo e diversificandosi sia in termini di settori sia in termini di modelli di business. Particolarmente interessante è la scelta di un numero crescente di queste realtà di focalizzarsi su imprese a significativo impatto sociale e tale specializzazione potrebbe essere un elemento efficace di differenziazione per il nostro Paese”.

Un confronto più specifico tra startup incubate a impatto sociale e non a impatto sociale, rende evidente un fatto: che quanto a fatturati e numero dipendenti le due categorie d’impresa sono pressochè equivalenti.

“Questo smonta un po’ quel tipo di stereotipi e distinzione tra startup a vocazione sociale e non a vocazione sociale, secondo i quali le prime non prendono investimenti, non fatturano. Le startup a vocazione sociale sono profit quanto le altre. – afferma Federico Barilli di Italia Startup. – La ricerca offre diversi spunti interessanti, è il primo lavoro in assoluto di questo tipo che viene fatto, confidiamo di poterlo replicare, anche perché è stato accolto molto bene e c’è molta voglia di collaborare sia sul tema incubatori che su quello della social innovation che è oggi uno dei temi verticali a livello mondiale.”

Un altro dato che emerge è il ruolo marginale del pubblico in relazione al tema social innovation: su 162 incubatori mappati in Italia, oltre il 60% ha natura pubblica; ma se si entra nel dettaglio si scopre che il 90% degli incubatori sociali è di natura privata e oltre il 60% dei cosiddetti ‘mixed incubator’ (sociali per metà).

Tra i servizi offerti dagli incubatori, quelli ritenuti decisivi dai social incubators sono quelli di valutazione dell’impato sociale e di formazione e consulenza su CSR ed etica aziendale. Anche la formazione imprenditoriale e manageriale è considerato un servizio molto importante per coloro che incubano startup a vocazione sociale.

Circa il 60% degli incubatori italiani si trova nella parte settentrionale della Penisola, al primo posto troviamo la Lombardia, che ospita il maggior numero di incubatori (25,3% del totale). Seguono Toscana (9,9%) ed Emilia-Romagna (9,3%). Buona parte dell’area meridionale e insulare è piuttosto povera di strutture con solo il 17,9% degli incubatori totali. Al sud, la zona con la minor concentrazione di incubatori, il primato va alla Sicilia.

Scarica la ricerca completa

Articoli correlati

LinkedIn

Twitter

Whatsapp

Facebook

Google+

Link